Il giorno in cui ho deciso di ribellarmi allo Slop.
Come ho iniziato a scrivere per farmi sentire, e mi sono ritrovato faccia a faccia con il mostro dello scroll infinito. E come poi è andata a finire.
Il futuro, prima incerto, è diventato ora una newsletter settimanale. E la colpa è anche mia.
Quando ho cominciato a scrivere articoli lunghi per Naturale Artificiale su Linkedin, a maggio 2022, pensavo fosse una scelta editoriale sensata. Un modo per rimettere in circolo idee complesse, esperimenti di AI generativa e vari contenuti più o meno narcisistici.
Mi sembrava un ottima strategia contro l’effetto TikTok della mente: scrivere cose non semplici, ma in modo simpatico, in un social media dedicato al personal branding di business. Testo + Immagine = Ingaggio e Profondità senza Lungaggini.
Sono partito con ChatGPT, con il mio Custom Writing Assistant. E Midjourney Image, certo. Poi è arrivato Midjourney video, dopo Sora. Poi Vibes. Poi Sora 2. E da lì i feed infiniti con video generati da IA che si autorigenerano più in fretta di quanto io riesca a vederne.
E lì ho realizzato.
Ho capito che avevo frainteso: “scrivere lungo” non era quello che pensavo fosse. Ero convinto di avere preso una decisione forte, solida, ben motivata, invece era l’azione di un riflesso condizionato. Una risposta automatica da trauma sottile.
Una scelta che è tutt’altro che consapevole. Che capisci bene solo quando ti accorgi che anche tu, con le tue micro-azioni quotidiane, stai metodicamente ingrassando il danno che vuoi combattere.
Scrollavo, remixavo, pubblicavo. Deep Research, Web Clipping, Video Prompting. Workflow automation. E poi mi mettevo a scrivere articoli per denunciare l’eccesso di scroll, remix e pubblicazioni. Un po’ come aprire un ristorante bio all’interno di un fast food.
Ecco, benvenuti nella mia crisi di coerenza.
Ma facciamo il punto: mi sveglio al mattino, pochi giorni fa, e mi accorgo che Meta ha lanciato Vibes – l’equivalente di un TikTok potenziato da AI, progettato per far impazzire il web di contenuti generati artificialmente come fossero formiche in un formicaio. Subito dopo è arrivata la app di Sora 2, il feed video generativo firmato OpenAI, che fa più o meno la stessa cosa e che in meno di una settimana ha superato perfino ChatGPT in tasso di adozione.
Due lanci, due scroll infiniti. E mentre il mondo si emoziona per questa nuova “creatività sintetica”, io mi alzo dal letto quando mi si accende una lampadina in testa.
Di quelle fredde, a neon, che ti abbagliano.
E guardandomi allo specchio ancora appannato del mattino, tra la schiuma da barba e un gesto automatico, ho visto dietro di me la faccia del mostro: stava lì, calmo, super affamato di tutto ciò che avevo pubblicato negli ultimi anni. Niente lo aveva saziato.
Qualcuno, non so più chi, lo ha chiamato Slopification. Forse un neologismo. Sicuramente una diagnosi.
Slop: il crepuscolo dell’attenzione
Leggere un libro richiede tempo. Guardare un video generato da AI richiede un pollice. Nessun attaccamento, nessun contesto, solo consumo. In 20 anni le competenze di lettura sono già crollate. Nei prossimi 5, potremmo assistere a un’estinzione dell’attenzione profonda.
Eppure, è proprio qui che si gioca la sfida più interessante.
Se l’AI può generare contenuti infiniti, noi dobbiamo imparare a generare significato infinito. La quantità non è più un valore: è una minaccia. E purtroppo la prossima generazione di creatori non sarà premiata da cosa pubblicano, ma da ciò che decidono di non pubblicare affatto, ovvero ciò che minaccia di non rispettare le leggi dell’algoritmo. Quell’algoritmo che - se onorerai - prima o poi ti premierà con un picco virale da milioni di like.
Contaci.
Slop non è solo estetica. È architettura cognitiva.
Lo slop - termine che indica una pappa indistinta, una sbobba digitale - è diventato uno standard di “esperienza utente”. Non perché sia bello, ma perché è efficace. I video di Sora e Vibes non hanno inizio, sviluppo, fine. Non hanno un punto di vista. Sono generati per catturare attenzione, non per generare riflessione.
La slopification non è un problema di gusto. È un problema di progettazione mentale. Chi cresce immerso in flussi così strutturati apprende che il sapere è istantaneo, l’immaginazione è opzionale, e il pensiero critico… superfluo.
In altre parole, non stiamo solo scrollando contenuti generati da AI. Stiamo addestrando il nostro cervello a funzionare come un algoritmo: frammentato, ricompensato da stimoli dopaminergici, avverso alla complessità.
Dal Design Thinking all’AI Thinking… alla Slop Culture?
Si, lo avevo già scritto: non basta più il Design Thinking. E non mi serve neppure un AI Thinking.
Serve progettare la cultura dell’AI: quella che può, se vogliamo, salvare lo spazio della profondità nel tempo del briefing, del flow e del massive customization.
Il problema non è solo Sora o Vibes. Il problema è che questi sistemi stanno diventando il default cognitivo di centinaia di milioni di persone.
E quando il contenuto è il contesto, allora stiamo vivendo nel feed di qualcun altro. Context Prompting lo chiamiamo. Il che, in sè, non è lesivo della nostra capacità di pensare. Ma lo è profondamente nella nostra capacità di decidere.
Questa slopwave è la versione culturale dell’obsolescenza programmata: solo che qui non si rompe il dispositivo, ma si spegne la soglia dell’attenzione critica.
Volevo il vero atto radicale. E mi sono fermato.
Mi dico: e se fosse arrivato il momento di scendere dalla giostra?
Un momento, non mi fraintendere, non intendo abbandonarla per sempre. Anzi. Mi piace l’ “ Intelligenza Artificiale “. Lo sai. Vorrei solo che lavorasse per liberarmi, non per adeguarmi.
Pensando alle possibilità AI mi viene una certa ebrezza, un senso di potenziale onnipotenza. Forse per questo mi sembra possibile davvero farlo. Fare in modo che mi liberi. Sono ambizioso: mi liberi oltre il social media.
Vorrei aprire la gabbia di like, di commenti e di testi ingaggianti che mi stringe in co-azioni a ripetere per, finalmente, uscire alla scena, aperta, del dialogo fatto di interruzioni, di contraddizioni, di dubbi. E da lì poi liberarmi ancora di tutte quelle limitazioni che non ci consentono di godere delle nostre libertà.
Vorrei insomma semplicemente un modo per sfogare questa mia incurabile necessità che le cose, anche complesse, anche incomprensibili, anche forse assurde che vorrei esprimere, siano ascoltate.
Sai cosa? Penso che l’originalità del senso contraddistingua ciò che è autentico da ciò che non lo è. E se l’autentico è tipicamente umano, ciò che non lo è, è tipicamente non-umano, è replica, è automa: è macchina. L’AI mi ha reso evidente che l’originalità non è mai oggettiva. Ovvero, che una espressione, un pensiero, un contenuto, per essere originale è necessario che sia soggettivo.
La pausa di diversi mesi nella scrittura del mio percorso personale “NATURALE ARTIFICIALE” mi è servita per domandarmi se, e come, avrei potuto essere davvero soggettivo: originale.
Oggi ho deciso di riprendere a scrivere. Ma ho scelto un canale non strettamente social. Un canale editoriale personale. Questo qui, nel quale stai leggendo.
Un canale nel quale vorrei selezionare, rallentare, restituire senso. Educarmi alla lentezza, se ce la faccio. E per necessità: sperimentare.
Se ci sei, batti un colpo, magari riusciamo ad essere originali insieme.
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